
Venerdì 6 marzo alle 21 il palco del teatro Milanollo ospiterà “Nel Blu – Avere tra le braccia tanta felicità” di e con Mario Perrotta. Un intenso omaggio a Domenico Modugno, ma non solo.
«Sarebbe riduttivo dire che racconto la vita di Modugno. Piuttosto, uso un grande e indimenticabile artista per parlare di noi, oggi. Di come stiamo al mondo e della felicità», spiega l’attore, drammaturgo e regista Perrotta.
Il titolo di questo nuovo appuntamento con la Stagione teatrale saviglianese richiama immediatamente “Nel blu dipinto di blu”, il brano con cui Modugno trionfò al Festival di Sanremo nel 1958, canzone universalmente conosciuta come “Volare”, successo planetario che gli valse il soprannome di Mister Volare. Ma il racconto di Perrotta va oltre la figura del cantante dando forma a un affresco dell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta: quelli del boom economico, delle speranze, del futuro negli occhi della gente, dell’abbandono delle campagne e delle migrazioni verso le città industriali. Una visione che si pone in contraddizione con la continua insoddisfazione del mondo contemporaneo, dove si ha tutto e non ci si accontenta di nulla.
Lo spettacolo vede la collaborazione alla regia di Paola Roscioli. Arrangiamenti ed ensemble: Vanni Crociani, Massimo Marches e Giuseppe Franchellucci. È lo stesso Perrotta a raccontarci di più del suo lavoro.
Una performance ispirata a Domenico Modugno con cui condivide le radici di una terra lasciata in giovane età in cerca della propria strada. È un ritorno alle origini? Alla “vostra” Puglia?
«Più nello specifico al Salento e alla lingua con la quale entrambi, Modugno ed io, abbiamo esordito. Il Mimì nazionale nasce a Polignano a Mare ma, all’età di quattro anni, si trasferisce con la famiglia a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, dove apprende il dialetto dell’area salentina, che ricorda il siciliano, e con il quale scriverà le sue prime canzoni. Nel 1954, quando esordisce Modugno, del Salento nessuno sa nulla: il suo dialetto viene scambiato per siciliano e si crea la leggenda delle origini siciliane. Con il grande successo, Modugno sdoganò la nostra terra diventando un orgoglio internazionale, e io sono cresciuto nel suo mito».
Quando è maturata in lei l’idea di dedicargli uno spettacolo?
«Mi ci fece pensare proprio un’attrice e autrice torinese, Laura Curino, che ben trent’anni fa me lo suggerì. C’è voluto del tempo ma l’opera infine è nata e ha delle ragioni profonde, che vengono da lontano. Lo spettacolo racconta qualcosa di mio per portare in scena ciò di cui voglio parlare. In questo caso si tratta della felicità, o meglio, della mancanza di felicità. Se mi guardo attorno vedo un mondo triste».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
