
Cavallermaggiore celebra in questi giorni la festa di San Michele Arcangelo a cui è intitolata la chiesa che si erge in piazza Vittorio Emanuele II. Tutte le celebrazioni si concentrano in questo edificio, condiviso dalla comunità, dopo l’accorpamento arrivato nel 1986 tra la parrocchia di San Michele e quella di Santa Maria della Pieve.
Ma oltre ai riti e alle funzioni, la festa di San Michele è anche un momento in cui riaffiorano i ricordi e le figure che hanno fatto la storia di questo luogo di culto. Tra queste ce n’è una che profuma di un’Italia antica e che proprio all’ombra di questa chiesa ha lasciato un segno nella comunità: quella di “Paulin”, all’anagrafe Paolo Mastarrone, l’ultimo sacrestano di San Michele.
Il silenzio del mattino, nei paesi di un tempo, non era interrotto dai motori delle macchine o dalle sveglie, ma dal passo pesante e metodico di un uomo. Prima ancora che la luce dell’alba tagliasse (allora) la nebbia delle campagne, il sacrestano era già sveglio, ed entrato nella torre, afferrava le corde di canapa spesse e ruvide e, con la sola forza delle braccia e del peso del proprio corpo, dava voce al bronzo delle campane. Lì dentro, lui era il signore del tempo e delle stagioni. Suonava a distesa per i giorni di festa, a tocchi lenti e distanziati per il commiato di un defunto, e a ritmo serrato quando all’orizzonte si addensavano nuvole nere, quasi per un esorcismo sonoro contro le grandinate.
La figura del sacrestano del passato non è paragonabile a quella dei vari volontari odierni. Se oggi la cura delle nostre chiese è affidata alla generosità dei collaboratori e l’elettronica ha sostituito la fatica manuale, un tempo questo era un mestiere totale, una scelta di vita vissuta all’ombra del campanile.
L’INCONTRO COL PAPA
“Paulin”, nei suoi 46 anni di onorato uffizio in qualità di sacrestano della parrocchia di San Michele (dall’ottobre del 1934 fino al 1980), la parentesi più intensa durata ben 19 anni l’ha vissuta accanto al priore monsignor Giovanni Bonada, sacerdote dotato di gran carisma.
La storia continua sulle pagine del Corriere.
