
Quando qualcuno si appresta a ricevere un premio, indipendentemente dall’ambito di riferimento, spesso e volentieri è perché sono stati fatti dei sacrifici e, nel tempo, si è deciso di percorrere sempre la stessa strada con costanza e impegno, anche quando non era facile. Questo vale in modo particolare con il riconoscimento di “Fedeltà al lavoro e progresso economico”, conferito dalla Camera di Commercio di Cuneo “agli uomini e alle donne che, con il loro lavoro, hanno contribuito al progresso civile, economico e sociale della nostra provincia e sono di esempio per le nuove generazioni”. L’invito per questo importante appuntamento è arrivato anche al monasterolese Giovanni Ponso.
Sorridente e con la battuta pronta, è un viso noto in paese, dove ha vissuto per quasi tutta la sua vita. Nato il 13 marzo del 1948 a Lagnasco da Domenico e Secondina, più grande di sue sorelle, Lucetta e Rosanna, è arrivato a Monasterolo in via Battaglini quando aveva 17 anni.
«In seguito a una divisione tra fratelli, nel 1965, siamo venuti a Monasterolo», racconta.
Anche se suo papà arrivava da ben più lontano…
«Mio papà era nato in Argentina, a Laboulaye in provincia di Cordoba. Suo padre, a sua volta, era partito in cerca di fortuna con la moglie. Sono partiti per un viaggio di nozze che è durato 12 anni – scherza Giovanni -. Sono andati in due, viaggiando per più di 20 giorni sul bastimento, e tornati con 6 figli, tra cui anche mio papà. Laggiù lo chiamavano “Mingo” e anche qui è rimasto “Mingo”».
Quando ha iniziato a lavorare?
«A 14 anni. Ho fatto 5 anni di elementari a Lagnasco e 3 di avviamento a Saluzzo (ex scuole medie) e poi sono andato a lavorare con mio padre. A Lagnasco avevamo la frutta, pesche e mele, e le mucche da latte. Quando siamo arrivati a Monasterolo abbiamo continuato a mungere e comprato della terra da coltivare a fieno e mais. Più tardi abbiamo smesso e iniziato a tenere animali da ingrassare».
Ha potuto vedere come è cambiato, nel tempo, questo lavoro…
«Con mio papà ho sempre munto a mano con il secchio, poi a Monasterolo abbiamo messo il primo macchinario di trasporto latte e riempivamo i bidoni. Mi ricordo bene che il marghé passava puntuale a ritirarli alle 7 meno 10 del mattino e dovevamo aver finito perché allora non c’erano i frigoriferi: o lo consegnavi quando venivano a prenderlo oppure niente. Avevamo più o meno 25/30 animali, perciò a mungere ci impiegavamo circa un’ora o un’ora e mezza. E poi cominciavamo di nuovo alla sera».
In quanti eravate a fare quel lavoro?
«All’inizio ci aiutavano anche i genitori poi siamo rimasti in due, mia moglie ed io», dice rivolgendo lo sguardo a sua moglie Luigina, accanto a lui. Sposati da 51 anni hanno cresciuto due figli, Roberto e Simona.
L’intervista prosegue del Corriere.
