
Non un romanzo qualsiasi, ma una storia che spinge a interrogarsi sui grandi temi del nostro tempo, sempre più plasmato – nel bene e nel male – dal progresso tecnologico. Una narrazione che porta in superficie domande oggi più che mai urgenti: quale direzione stiamo dando allo sviluppo della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e a vite ormai costantemente connesse? Sono questi i temi di “Notturno elettronico”, romanzo d’esordio del saviglianese Hugo Bertello. Laureato in Fisica all’Università di Torino e specializzato in Cosmologia a Helsinki, oggi ha 38 anni e vive in Portogallo.
Il protagonista del libro, pubblicato da TerraRossa edizioni, è un ricercatore precario che decide di abbandonare la carriera universitaria per un lavoro da informatico. L’incontro con una giovane donna legata a un gruppo rivoluzionario segna per lui una svolta decisiva: finirà per collaborare con questa cellula sovversiva impegnata nello sviluppo di un virus capace di azzerare il sistema globale fatto di conti bancari, investimenti, contenuti web e profili social. Ma è possibile vincere una sfida contro la tecnologia? O è una battaglia persa, in quanto ne siamo, anche nostro malgrado, intrisi? Ne parliamo insieme all’autore che ci ha risposto da Lisbona, dove lavora nell’ambito informatico.
Da quanto tempo vive a Lisbona e che cosa l’ha portata lì?
«Sono arrivato a Lisbona nel 2013 per un dottorato in fisica ma me ne sono andato poco dopo. Poi sono tornato nel 2020 e non sono più ripartito. Il mio primo soggiorno è coinciso con la crisi economica e il secondo con il Covid, un tempismo incredibile. Qui lavoro come programmatore in un’azienda del settore sanitario. Ho avuto la fortuna di poter scegliere il part-time e questo mi lascia tempo ed energie da dedicare alla scrittura».
Torna spesso a Savigliano?
«Almeno un paio di volte l’anno. A Savigliano ho i miei genitori, mio fratello e alcuni amici fidati. Tornare è un bel modo per fare una chiacchierata con il me del passato o più semplicemente per degustare un buon bicchiere di Paulin».
“Notturno elettronico” è il suo romanzo d’esordio. Che cosa l’ha spinto a scriverlo?
«Un’insieme di cause. Scriviamo per mettere ordine nei nostri pensieri, per cercare di imitare i grandi del passato, perchè desideriamo creare qualcosa di bello o avvertiamo il bisogno di aggiustare qualcosa nel mondo».
Come mai la scelta di Helsinki per l’ambientazione?
«Ho vissuto a Helsinki per tre anni, prima in Erasmus e poi per una laurea magistrale. È una città che conosco bene e che pertanto mi offriva la possibilità di arricchire il romanzo con dettagli realistici. Inoltre, mi affascinano gli aspetti folkloristici della cultura finlandese, come la passione per il karaoke e la sauna. Infine, ho l’impressione che i finlandesi conservino un briciolo di innocenza in più di noi, derivata dal loro vivere a più stretto contatto con la natura».
Il suo romanzo è una forma di ribellione alla tecnologia?
«È così. La trama racconta di un gruppo sovversivo che ambisce a lanciare un attacco al sistema informatico. Ogni personaggio ha un movente diverso, ma il bersaglio è comune. Mi preme chiarire che la tecnologia non viene rappresentata come un male assoluto, ma come qualcosa di paradossale che, se da un lato ci può sollevare da patimenti e lavori più gravosi, dall’altro ci allontana dai nostri simili e dalle altre forme di vita, aumentando il senso di solitudine».
Qual è il suo rapporto personale con la tecnologia? E mi riferisco anche ai social e all’essere sempre connessi.
«Ho comprato il mio primo smartphone a 31 anni, più che altro per necessità professionali. Adesso cerco di ritagliare momenti della giornata, talvolta intere settimane, per farne a meno. Purtroppo, dopo aver scritto un romanzo fortemente critico sui social, mi trovo a passare molto tempo su Instagram e Facebook per promuoverlo».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
