
La scorsa settimana a Savigliano e Marene per incontrare gli studenti, Alessandro Ferrari è l’autore del libro “Carlo Angela e il segreto dei matti” (De Agostini, 2024), una storia di coraggio civile per molto tempo rimasta nel silenzio. Carlo, padre del celebre Piero e nonno di Alberto, dopo la promulgazione delle leggi razziali, si adoperò per trasformare la clinica psichiatrica di cui era responsabile a San Maurizio Canavese in un rifugio sicuro per decine di famiglie ebree. Falsificando le cartelle cliniche e istruendo intere famiglie a comportarsi da “matti”, prescrive medicinali e somministra terapie fittizie, affinché nessuno si accorga che alcuni ricoverati non sono lì per disturbi mentali.
Ha da poco incontrato i ragazzi delle scuole di Savigliano e Marene. Che tipo di reazione hai riscontrato in loro di fronte a una storia così forte?
«Mi ha colpito moltissimo la loro capacità di immedesimazione. Si pongono immediatamente una domanda, che non è teorica, ma profondamente etica: “Io lo avrei fatto? Sarei stato capace?”. Per loro, quello che ha fatto Carlo Angela è “automaticamente giusto”, non c’è neppure il bisogno di discuterne. I ragazzi hanno un senso del “bene” molto nitido, che forse con l’età tende a sporcarsi, ma per loro è limpido. Vedono in lui un uomo buono che ha scelto di salvare esseri umani quando non sembrava esserci scelta».
Perché definisce questo libro un “diario storico”?
«Spesso i ragazzi studiano la storia sui manuali, percependo i grandi eventi come distanti. Raccontarla attraverso aneddoti di vita quotidiana, reale, minima la rende viva. Ad esempio, quando spiego che Piero Angela – il figlio di Carlo – doveva comunque andare a scuola proprio come loro, nonostante la guerra, scatta un parallelismo immediato. Nel libro, la “grande storia” resta sullo sfondo, in primo piano ci sono le scelte quotidiane di persone normali. Questo li aiuta a capire che la storia ci riguarda sempre da vicino, anche oggi, con tutti i conflitti che vediamo ai telegiornali».
Com’è nata la scintilla per scrivere questa storia e che tipo di ricerca ha dovuto affrontare?
«Tutto è iniziato mentre scrivevo un libro sulle biografie di grandi maestri. Studiando Piero Angela, ho scoperto un trafiletto su suo padre Carlo in cui si citava il salvataggio di alcuni ebrei in un manicomio. Mi ha affascinato subito. La ricerca è stata impegnativa, ma bellissima: ho consultato documenti dell’Istituto Piemontese della Resistenza, cataloghi di mostre con foto dei documenti falsificati da Angela e, soprattutto, ho attinto alla memoria collettiva di San Maurizio Canavese, dove Carlo Angela è ancora ricordato quasi come un “santo protettore”».
L’intervista prosegue sul Corriere di Savigliano e dintorni.
