
Fasce, camicini, muffole e berrette fluttuano sospesi in un angolo un po’ nascosto del Museo della Seta. Si tratta di uno dei nuovi scenografici allestimenti che recentemente hanno arricchito la collezione permanente.
Il cuore della sezione è la scritta “Camera allattamento”, recuperata dal setificio Manissero. Un’insegna semplice ma carica di significato: ricorda una pagina delicata della storia delle filande, il tentativo di conciliare produzione e maternità, fatica e affetto, necessità economica e bisogno di protezione. Un segno discreto di umanità all’interno del rigoroso mondo dell’industria serica.
Tutto o quasi quello che si vede esposto attorno è legato alla cura dei bambini: indumenti e accessori per l’infanzia, alcuni ricamati e impreziositi da scritte affettuose come “Mio tesoro”, insieme a morbide copertine e porta-neonati. A completare il corredo anche una culla costruita nel 1920 dal concittadino Paolo Ferrara alla nascita del suo primo figlio Francesco e oggi gentilmente donata al museo dai famigliari. Il percorso prosegue nel corridoio centrale, con alcune vetrinette contenenti oggetti dell’epoca – un completo in seta ricamato del 1943, bavaglini, copertine da carrozzella e curiosi cappelli – provenienti dalla collezione della volontaria Anna Maria Olivero o da donazioni di privati, a beneficio del patrimonio del locale di piazza Burzio.
Tra i pezzi più curiosi spicca una camicetta realizzata nel 1944 da Virginia Ramasso, maestra elementare che insegnava nella frazione Foresto di Cavallermaggiore. In quell’anno alcuni partigiani le donarono un pezzo di seta recuperato da un paracadute, che lei trasformò e ricamò in una blusa. Oltre a essere leggero, questo tessuto era anche molto resistente; pertanto durante la guerra veniva impiegato per i fini più disparati. Nel neo allestimento trovano spazio infine camicie da notte e altri capi di un tempo.
