
Adattando un celebre verso di Vasco, “il Tor des Géants non è facile, ma a volte basta un complice, e tutto è già più semplice”. E bravi Zac e Antea – al secolo Giuliano Zaccaria, saviglianese, e Antea Pellegrino, entrambi tesserati per Sportification Fossano – compagni sui tracciati podistici di ogni ordine e grado come nella vita.
Insieme e al primo tentativo, 243° lei e 244° lui, finisher del Giro dei Giganti (questo il significato del nome in patois valdostano) nella versione 330K, gara simbolo dell’ultra endurance alpina, vetrina di una regione percorsa (e valorizzata) in senso anti orario sui sentieri 1-2 dell’Alta Via, con partenza e arrivo a Courmayeur.
I numeri non sembrano umani: un’unica tappa di 330 km (poi saranno di più), 24.000 metri di dislivello positivo (pure quello destinato a lievitare), estremi altimetrici i 3.299 metri del Col Loson (25 quelli oltre i 2.000 metri) e i 314 metri di Donnaz. Sentieri bellissimi e irti al cospetto del Bianco, del Cervino, del Rosa, del Grampa; due parchi nazionali: Gran Paradiso e Monte Avic.
Un anno fa Zaccaria e Pellegrino si erano cimentati, completandolo, nel Tor 130, cosa che permette di saltare il sorteggio e pagare la quota di iscrizione alla 330: “un millino” più 250 euro di assicurazione. Sono partiti domenica 13 settembre alle 10 («Io con un pettorale bassissimo, il 76») e arrivati venerdì 18 alle 15 dopo 360 km e 26.500 metri di dislivello positivo in 125 ore (150 il tempo limite).
«L’idea iniziale era di farlo ciascuno per conto proprio – premette Zac, provato nel fisico ma non nella voce – solo che due giorni prima ho avuto un problema intestinale mentre Antea lamentava qualche acciacco e allora abbiamo declassato gli obiettivi: l’importante era portarlo a casa».
Quanto ha influito affrontarlo in coppia?
«Tanto. È importante non essere mai da soli, avere sempre qualcuno con cui parlare, confrontarti, farsi forza a vicenda».
Meteo clemente o inclemente?
«Sempre favorevole. Non è mai piovuto e non ha mai fatto un freddo esagerato. Anche i passaggi notturni a 3.000 metri tutto sommato sono stati sopportabili».
Freddo, fame, dolori vari: in una gara così, però, la variabile più difficile da gestire è il sonno.
«Esatto, è quella che decide la gara più della corsa in sé. Circa ogni 50 km c’era una base vita (sette in tutto: Courmayeur, Valgrisenche, Cogne, Donnas, Gressoney-Saint-Jean, Valtournenche e Ollomont) per il ricambio indumenti, la branda e la possibilità di farsi una doccia. Dalla seconda, quindi dal km 100, ad ogni base vita facevamo una tappa sonno di 45 minuti un’ora. In 5 notti abbiamo dormito 4 ore e mezza effettive. Il problema era soprattutto di notte, ore e ore guidati dal pallino di luce della frontale, quasi ipnotico: il sonno ti viene lo stesso».
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