
Tensione palpabile lunedì mattina, 12 ottobre, davanti ai cancelli dell’ex Ilva, dove i lavoratori si sono riuniti nell’ambito dello sciopero di 24 ore proclamato da Fim, Fiom e Uilm in tutti i siti del gruppo. Una mobilitazione che, nel cuneese, ha assunto i contorni di un grido d’allarme per un impianto fermo ormai da quasi un anno e per un futuro occupazionale che appare sempre più incerto.
Sono 76 i dipendenti del sito di via Regina Margherita e il ricorso alla cassa integrazione resta massiccio. Accanto ai rappresentanti dei lavoratori, c’erano diversi esponenti delle istituzioni, a testimoniare la preoccupazione per una situazione che non trova una svolta: il consigliere regionale Mauro Calderoni, il consigliere provinciale Davide Sannazzaro, il vicesindaco Alessandro Tribaudino e il sindaco Valerio Oderda. Il malcontento era evidente.
Dopo mesi di attesa, l’assenza di una prospettiva concreta per la ripartenza pesa sempre di più, mentre sullo sfondo si profila lo spettro della chiusura dell’ex Ilva. Il timore è che la realtà produttiva locale possa finire in secondo piano rispetto alle vicende del polo di Taranto.
«È passato un anno e mezzo e siamo ancora qui – sottolinea Domenico Calabrese, della segreteria provinciale Fiom-Cgil –. Racconigi all’inizio era uno dei siti più interessanti per i possibili acquirenti: alla prima manifestazione d’interesse si erano fatti avanti in sette. Oggi, invece, siamo di fronte a un impianto fermo e a lavoratori che aspettano risposte sul proprio futuro».
Per il sindacato, però, le possibilità di ripartenza non mancherebbero.
