
Dalla pianura cuneese ai venti gelidi del Michigan Avenue: il viaggio di un saviglianese che ha conquistato l’America. Diciassette anni fa era “solo” un neo-laureato del Politecnico con una borsa di studio in tasca e la voglia di vedere cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Oggi è un cittadino statunitense che lavora nel cuore pulsante della finanza di Chicago. Ma non chiamatelo “cervello in fuga”: la sua è la storia di chi ha saputo aggiungere una stella alla propria bandiera senza mai dimenticare il profumo di casa. Abbiamo incontrato Gianluca Falco, 39 anni, per farci raccontare come si costruisce una vita tra i grattacieli, mantenendo un filo diretto con la sua Savigliano.
Cosa ha spinto un giovane saviglianese a “mollare gli ormeggi”? Perché proprio gli Usa?
«Se 17 anni fa mi avessero detto che avrei costruito la mia vita oltreoceano, non ci avrei creduto. All’epoca studiavo Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino e desideravo semplicemente fare un’esperienza di studio all’estero. Quando ho vinto la borsa di studio per il programma di doppia laurea con la UIC (University of Illinois a Chicago), ho accettato senza pensarci. Non ero un “fanatico” degli Stati Uniti: sapevo pochissimo del Paese e non avevo un interesse particolare per la cultura americana. Ricordo bene il volo verso Chicago, preso meno di un mese dopo la laurea triennale: ero poco più che un ragazzo in cerca di avventura, convinto che sarebbe stata solo una parentesi».
Ci fai una velocissima panoramica della tua carriera professionale?
«Dopo la laurea a Chicago ho lavorato per alcuni anni come ingegnere e project manager in ambito industriale. È stata una fase fondamentale per comprendere il pragmatismo del mondo del lavoro americano. Nel 2018 ho sentito il bisogno di cambiare rotta e sono tornato sui banchi di scuola per conseguire un Master in Business Administration alla Wharton School di Philadelphia. Dopo il Master, il percorso mi ha riportato a Chicago per lavorare in una banca d’investimento: un’esperienza intensa che ha segnato la mia transizione verso il mondo della finanza».
Qual è stata la lezione più importante che l’America ti ha insegnato, anche al di là del lavoro e della carriera?
«Probabilmente l’importanza di mettersi in gioco senza paura di fallire. Negli Stati Uniti il fallimento è spesso visto come parte del percorso, non come uno stigma. Questa mentalità mi ha aiutato a essere più intraprendente, a prendermi responsabilità e a fare scelte che in passato avrei rimandato».
Diventare cittadino americano è un processo lungo e faticoso. Quali sono state le tappe principali?
«Gli Stati Uniti hanno politiche di immigrazione severe e ogni passo è una conquista burocratica. Il primo scoglio è stato il visto lavorativo, legato a doppio filo all’azienda che ha creduto in me. Il vero traguardo, per certi versi anche più significativo della cittadinanza stessa, è stato ottenere la Green Card (la residenza permanente) nel 2016. Per un immigrato la Green Card significa stabilità: la possibilità di vivere e lavorare senza le restrizioni di un visto temporaneo. È stata proprio quella sicurezza a permettermi di prendermi qualche rischio in più, come lasciare il lavoro per affrontare il Master e dare una nuova direzione alla mia carriera».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
