
Don Giovanni Berardo, don John, ha superato gli 80 anni e adesso vive nella Casa del Clero a Fontanelle di Boves. La maggior parte dei saviglianesi lo ricorda bene perché ha operato a Savigliano per quasi 40 anni, dal 1971 al 2009. Prima viceparroco a Sant’Andrea con don Mario Salvagno e poi parroco alla Pieve. Don John si è occupato soprattutto del mondo giovanile e sono centinaia i ragazzi che lo hanno conosciuto, apprezzato, che si sono confidati con lui, che sono maturati con il suo appoggio e insegnamento nella nuova evangelizzazione promossa dal Concilio Vaticano II.
Se Savigliano continua ad essere una società solidale, ricca di associazioni, una comunità ancora ispirata ai valori di umanità e di attenzione alla parte debole della popolazione, questo lo si deve anche al lavoro e all’attenzione dei sacerdoti che si sono succeduti. Don John è stato uno di loro, insieme a don Mario Salvagno uno dei più importanti che per 40 anni ha parlato con le persone, soprattutto i giovani, che ha ascoltato i problemi, le sofferenze, i dubbi di chi cercava di dare un peso reale alla propria vita, che ha riflettuto e fatto riflettere, che si è speso senza risparmio per trasmettere il messaggio cristiano della vita che la sua vocazione incarnava.
Nell’intervista che segue abbiamo ripercorso un po’ il cammino di questa sua esperienza saviglianese.
Ti ricordi come era Savigliano quando sei arrivato?
«Sì, era il settembre ‘71».
Come ti è sembrata la città, come ti è apparsa?
«Mi sono trovato innanzitutto un po’ spaesato, io a Savigliano da ragazzino venivo solo al mercato, da Genola, qualche volta con i miei genitori a vendere le uova. Savigliano la conoscevo per le piazze che brulicavano di gente. La conoscenza è venuta dopo, incontrando le persone e soprattutto per me, l’incontro con il mondo giovanile che “l’ha desturtuiame”, come si dice in piemontese. Venivo dopo l’esperienza di Centallo. Là si può dire che conoscessi l’anno di nascita di almeno 500 giovani; è stata un’avventura molto bella, però dopo 4 anni è finita. Ho fatto ancora un anno a Borgo Sant’Antonio a Fossano, dove ho anche dei bei ricordi. Da lì sono stato catapultato a Savigliano».
Con don Salvagno?
«Sì, arrivai molto volentieri in città perché don Salvagno lo conoscevo già. Quando mi sono presentato era all’ospedale a visitare i malati e abbiamo passeggiato su e giù nel corridoio della manica vecchia parlando dei nostri progetti. Così abbiamo iniziato la nostra avventura che ha avuto come piattaforma innanzitutto la solidarietà fra noi sacerdoti. Il cardinal Pellegrino aveva chiesto a Fossano l’ausilio di qualche prete perché ne aveva in abbondanza, siamo venuti in otto: 4 parroci e 4 vice parroci».
L’approfondita intervista prosegue sul Corriere di Savigliano.
