
La bandiera con il Sole delle Alpi sventola a mezz’asta. Con la scomparsa di Umberto Bossi, si chiude un’era che ha ridisegnato i confini della politica italiana. Per Marco Racca, segretario cittadino, non è solo la perdita di un punto di riferimento ideologico, ma il congedo dal “padre politico” che ha dato voce al Nord.
La notizia della scomparsa del Senatùr colpisce al cuore della militanza. Qual è stato il suo primo pensiero appena saputo della morte di Bossi?
«Che l’Italia aveva appena perso un abile stratega politico, il migliore, capace di trasformare spinte pararivoluzionarie in processi di cambiamento concreti, ma sempre inseriti nel perimetro della democrazia. Da capo di quello che può essere considerato uno degli ultimi veri partiti di popolo, ha costruito un legame diretto con la base, interpretando bisogni e identità locali con forza e continuità. La sua leadership ha inciso profondamente nella storia politica recente italiana, contribuendo a ridefinire equilibri, linguaggi e modalità di partecipazione lasciando un segno duraturo nel panorama pubblico nazionale insieme alla sua gente».
Torniamo indietro: come è avvenuto il suo primo incontro, anche solo ideale, con il pensiero di Bossi?
«Il mio primo incontro non fu ideale, ma reale. Avevo quattordici anni quando mio padre mi portò al raduno di Pian del Re, sotto il Monviso, alle sorgenti del Po, il 13 settembre 1996. Ricordo il rito dell’ampolla, ma ciò che mi colpì davvero furono i suoi ragionamenti sulla situazione politica e la sua visione del futuro, che negli anni si è rivelata spesso lungimirante. Ancora più significativa era l’importanza che attribuiva alla gente, alla sua voce e alle istanze che emergevano dal basso. Per la prima volta vidi una politica capace di ascoltare, radicata nel territorio, non distante né astratta. Per un ragazzo di quell’età fu una scoperta importante: la politica non qualcosa di lontano, ma una realtà viva e partecipata. Ricordo l’atmosfera, l’energia della gente e il senso di partecipazione che si respirava. A casa conservo ancora il cappellino e la bandiera della Lega Nord Piemonte che sventolavo con entusiasmo, soprattutto dopo aver ascoltato le parole del Senatùr».
Savigliano ha ospitato Bossi in diverse occasioni. Molti ricordano i comizi sotto l’Ala, come quello per la candidatura di Gianna Gancia alla Provincia o di Guido Ghione a sindaco. Cosa ricorda?
«Ricordo tutto: l’entusiasmo dei preparativi, l’attesa dei giorni precedenti, l’emozione che cresceva di momento in momento. C’era una tensione positiva, condivisa, che rendeva ogni gesto parte di qualcosa di più grande. Poi la gratificazione: la sensazione che tutto quel fermento stesse davvero prendendo forma, trasformandosi in eventi che ancora oggi vengono ricordati in città. Non era solo partecipazione, era coinvolgimento autentico. Donne e uomini, bambini, pensionati, imprenditori, operai, commercianti, artigiani, studenti: persone diverse, unite però dallo stesso desiderio. Tutti avevano voglia di cambiamento, tutti si riconoscevano in un’idea comune. Si respirava un senso di comunità raro, quasi irripetibile».
C’è un’altra immagine: Bossi davanti ai cancelli della SaintGobain durante la crisi aziendale del 2009.
«Quella visita davanti ai cancelli, sotto un gazebo, fu un momento speciale, lui era Ministro per le Riforme per il Federalismo, Insieme a Guido Ghione gli chiedemmo se potesse fermarsi un momento prima di raggiungere l’Ala: non se lo fece ripetere due volte. Scese dall’auto tra le bandiere delle diverse sigle sindacali e, ascoltando direttamente i presenti, chiese di comprendere a fondo la situazione. Non fu una presenza formale, ma un gesto concreto: si fece carico di quel problema. L’azienda non fallì e oggi rappresenta uno degli stabilimenti migliori del gruppo in Europa. Episodi come questo ci hanno insegnato cosa significhi davvero fare politica: esserci, ascoltare e agire. Abbiamo sempre lavorato per la nostra città, seguendo anche il suo esempio, fatto di attenzione reale e gesti concreti».
L’intervista prosegue sul Corriere.
