
La storia del caporale della Divisione Alpina Cuneense, prima inviato sui Balcani, poi sul fronte orientale durante la II Guerra Mondiale
Tra i nostri concittadini che non sono più tornati da quell’inferno di ghiaccio ci fu anche Lidio Giuseppe Bertello, nato a Cavallermaggiore in cascina Vivalda (luogo dove lavorava la terra con la famiglia) il 9 settembre 1920. Partì per il servizio di leva il 14 marzo del 1940, arruolato nella Divisione Alpina Cuneense, Battaglione Saluzzo, 22° Compagnia di Cuneo. Allo scoppio della guerra, nel giugno del 1940 fu inviato come guardia di frontiera al confine francese, poi in seguito in Grecia e in Albania. In Grecia, durante una marcia forzata, si perse assieme al mulo in una tormenta di neve (la coltre bianca lo ricopriva fino oltre le ginocchia) e solo seguendo i fili di una linea elettrica riuscì a salvarsi e ritornare al comando. Per il nostro povero soldato, quella non fu la sola prova contro la morte superata in quegli anni tristi e duri. Nel viaggio verso il mare d’Albania, da Bari a Valona, la nave Firenze su cui viaggiava fu silurata dagli inglesi proprio alla vigilia di Natale del 1940. Molti soldati italiani morirono. Giuseppe Lidio Bertello riuscì a salvarsi perché fu tratto in salvo (per i capelli) e issato a bordo mentre rischiava di essere schiacciato tra l’imbarcazione che colava a picco e quella di salvataggio, la Barletta corsa in soccorso. Nell’agosto del 1942, dopo che in precedenza aveva combattuto nel 1941 in Carnia sul fronte jugoslavo, fu destinato in Russia con il grado di caporale della Divisione Alpina Cuneense, terra dalla quale non è più ritornato ed è risultato morto in data 31 gennaio 1943. Giuseppe Lidio era un ragazzo buono con grandi occhi azzurri, gran lavoratore. La sua corrispondenza con le lettere dal fronte russo che i suoi famigliari conservano come ultimi ricordi, portano come data finale quella del 7 gennaio 1943, poi più nulla solo il silenzio. I corpi di migliaia di nostri soldati sono sepolti sotto quelle gelide terre, senza una bara, senza una croce, abbandonati nella steppa, i più fortunati coperti da una coltre di neve.
