
La saviglianese Francesca Longobardi è stata recentemente eletta come consigliera nel Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali (CNOAS). Un cammino iniziato vent’anni fa sul campo, tra le fragilità dei centri diurni e approdato oggi ai vertici istituzionali della professione.
Prima di addentrarci nelle sfide nazionali, ci potresti raccontare qual è il bagaglio che porti con te a Roma?
«Il mio percorso nel sociale è iniziato nel 2003, a 19 anni, con il servizio civile all’Ashas di Savigliano, un centro per la disabilità. Quell’esperienza ha segnato l’inizio di tutto. Sono assistente sociale dal 2011: ho lavorato a Vigevano, poi sono rientrata in Piemonte operando per la Cooperativa Valdocco in territori complessi come Bra, Settimo Torinese e Nichelino. Negli ultimi anni mi sono spostata sulla gestione di progetti: prima nell’ambito We.Care e, da circa quattro anni, alla Fondazione Ufficio Pio di Torino come program officer in Traguardi, un programma che contrasta la povertà educativa».
La tua carriera affonda le radici nel lavoro tra le persone. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto verso la rappresentanza istituzionale?
«Non è stato un singolo momento, ma l’intreccio tra la mia passione politica – che coltivo da quando ho 16 anni – e l’esperienza nell’Ordine regionale del Piemonte, dove sono stata consigliera dal 2016 al 2022. In quegli anni abbiamo scelto di non restare in silenzio: abbiamo creato progetti come i Salotti Letterari o Storie di Ordinaria Fragilità per raccontare la nostra professione oltre gli stereotipi. Per me, stare nell’ordine significa fare politica con la “P” maiuscola: metterci la faccia per i diritti degli altri, anche quando costa fatica. Un incontro decisivo è stato quello con Barbara Rosina (attuale presidente nazionale CNOAS), che è stata la mia mentore. Lei mi ha insegnato il concetto di “giusta vicinanza”: non freddo distacco, ma una partecipazione emotiva regolata. Come si può restare distanti davanti al funerale di un bambino che seguivi? Il dolore si abita insieme».
Per molti cittadini l’ordine è un ente lontano. Ci spieghi, in parole semplici, perché il Consiglio Nazionale è fondamentale per la qualità dei servizi sociali in Italia?
«Il Consiglio Nazionale non è un sindacato che difende privilegi, ma un presidio di democrazia. Il suo compito è garantire che il servizio sociale resti ancorato a principi etici e deontologici. Il CNOAS siede ai tavoli dove si decidono le politiche su infanzia, povertà e salute mentale. Senza questa voce, il lavoro sociale rischierebbe di essere schiacciato dall’emergenza o ridotto a una funzione puramente burocratica. Noi siamo lì per dare voce a chi ne ha meno».
Oggi l’assistente sociale opera spesso in emergenza e con scarse risorse. Qual è la sfida più dura per non cadere nel burnout?
«La sfida più grande è non rinunciare al proprio ruolo politico. Il burnout non nasce solo dal troppo lavoro, ma dal sentirsi soli e ridotti a “passacarte”. Oggi le povertà sono sempre più relazionali ed educative. Se l’assistente sociale viene privato della possibilità di incidere sulle cause del disagio, perde il senso del proprio agire. Dobbiamo tornare a essere un ponte tra cittadini e istituzioni, non semplici esecutori di tagli di bilancio».
