
La funzione religiosa del Giovedì Santo, nella quale si ricorda l’istituzione dell’eucarestia e l’ultima cena, apre il triduo pasquale che prosegue con la celebrazione del Venerdì Santo, con l’adorazione della croce e la lettura del Passio ed infine con la Veglia Pasquale del sabato sera. Proprio dal Gloria del Giovedì Santo le campane tacciono in segno di lutto e rispetto sino al Gloria del sabato sera.
«Lo scampanellio dei campanelli suonati dai chierichetti, unito al suono delle campane, precede infatti un periodo di silenzio che vuole sottolineare il momento di lutto e tristezza del popolo cristiano per la passione e poi la morte di Gesù. Si diceva: “le campane vanno a Roma” o “le campane sono andate via”», racconta Roberta Allasia dell’ufficio parrocchiale.
Le campane, negli anni passati, non servivano solo per ricordare le funzioni religiose ma avevano anche il compito di scandire lo scorrere della vita dell’epoca. Come fare allora, nella tradizione contadina quando non c’era lo smartphone sul quale poter sbirciare l’ora? La tradizione popolare vuole che in questo periodo il suono delle campane fosse sostituito, anche se solo in parte, dal cantarane. Si tratta di uno strumento a percussione artigianale che a qualcuno porterà certamente alla memoria nostalgici ricordi.
«Sono delle girandole rumorose, un pezzo di legno che batte su una ruota dentata. In questo modo viene generato un forte rumore che ricorda il gracidare delle rane», spiega Mario Allasia che quando era piccolo, negli anni ‘60, andava in giro per il paese a far suonare il suo cantarane.
«La maggior parte delle famiglie ne possedeva una», aggiunge ancora Roberta, ricordando la sua infanzia. «Erano strumenti antichi, già usati da mio papà negli anni ‘30. Solitamente il Venerdì Santo, dopo aver fatto le prove per servire alla messa della sera, il parroco distribuiva diversi tipi di cantarane a noi chierichetti e ci mandava tra le vie del paese ad annunciare il mezzogiorno proprio perché le campane non suonavano. Qualcuno andava a piedi, qualcuno in bicicletta» prosegue Mario.
«Eravamo in tanti – ricorda Bastiano Galletto, coscritto di Mario – il paese era più piccolo, c’erano meno macchine. Principalmente passavamo per piazza Castello, via S. Anna e via Ruffia. Mi ricordo che c’era anche la tarabacola, tipo un cantarane ma più grande. Agitandola, due tondini di ferro andavano a sbattere contro un asse di legno, faceva un bel ciadel. In particolare ricordo che la Veglia Pasquale era celebrata la sera tardi e allora noi ragazzini partivamo con i nostri cantarane al buio, eravamo dei marajot e ci divertivamo molto».
