
Da un quarto di secolo, con l’immancabile pallina rossa sul naso e camici bianchi su bislacchi indumenti colorati, spalancano finestre che fanno entrare il buonumore nella vita dei pazienti più piccoli. Fanno incursioni tra mura dove la candida spensieratezza è reclusa. Artisti di una terapia non meno efficace né alternativa a quelle mediche: la risata.
Il Nodo, associazione di clown terapia, compie 25 anni e il genetliaco è l’occasione giusta per conoscerla più da vicino. Il luogo convenuto per l’appuntamento è un locale dell’Oasi Giovani in via Malines, ché una sede tutta loro ancora non ce l’hanno e sono in cerca. È un mercoledì in cui si sono dati appuntamento per discutere il da farsi, scambiarsi idee. Della dozzina di presenti fanno parte anche due dei fondatori: l’attuale, longevo presidente Matteo “Rino” Rosso e Roberto Lopreiato. L’intervista prende il via con loro per poi allargarsi con naturalezza ai contributi di altri.
La prima curiosità non può essere che sulle origini: «Eravamo un gruppo parrocchiale di “Sangiu” che metteva in scena spettacoli teatrali, ma la vecchiaia avanzava e quell’esperienza stava volgendo al termine. L’avvocato Gianluigi Graneris, per il tramite di Franco Magliano, ci chiese di fare qualcosa per i bambini ricoverati al Santissima Annunziata sull’esempio di Merano. Allora andammo in Alto Adige e assistemmo a cose bellissime pur senza capirci niente perché là parlavano tedesco. Da lì la decisione di formare questo gruppo di volontari che all’inizio contava 22 clown».
Oggi quanti siete?
«Nel tempo siamo cresciuti fino a 130 componenti provenienti anche da fuori, addirittura da Garessio. Attualmente siamo circa 100, la stragrande maggioranza donne perché più serie e costanti nel portare avanti l’impegno. Ma i primi clown trascinatori erano maschi».
Com’era l’attività all’inizio?
«Allo sbaraglio. Eravamo 22 personaggi quindi 11 coppie: ci muoviamo sempre in due e sempre il sabato pomeriggio. Il progetto iniziale, per volontà e con il sostegno della Fondazione CRS, prevedeva cinque uscite annue in casa di riposo: la Chianoc, la Fratelli Ariaudo a Levaldigi, quelle di Fossano e Saluzzo. Una a Natale e a Carnevale e una in estate. Capitava ci chiamassero per l’animazione di feste di compleanno, matrimoni, sagre di paese. La nostra filosofia è che, avendo la fortuna di essere in tanti, ciascuno fa un pezzettino e quindi si riesce a coprire tutto l’anno, ponti e festività compresi».
Fate corsi di formazione?
«Abbiamo cominciato presto, nel 2002, con giocoleria e clownterapia. Il corso a lungo andare si è standardizzato ed è autogestito. Non ci siamo mai fermati se non nell’anno del Covid. Facciamo promozione nelle scuole. L’età minima d’ingresso è 18 anni per questioni assicurative». Come funziona il rapporto con l’ospedale? «Per anni è stato molto “easy”, libero. Poi hanno iniziato a chiederci dei requisiti, come iscriverci al CSV di Cuneo e al RUNTS (Registro Unico Nazionale Terzo Settore), e munirci di RC: ognuno di noi è assicurato all’interno dell’ospedale. Da quest’anno abbiamo anche la tutela legale».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.






