
C’è un silenzio strano in questi giorni nell’area di Viale Vittorio Veneto che per decenni ha ospitato i capannoni della Campiello. Le ruspe hanno completato il loro lavoro e la demolizione è ormai quasi conclusa. Dove prima si stagliava una delle sagome industriali più note della città, oggi resta solo una distesa di terra e macerie. Un vuoto visivo che per molti cavallermaggioresi si traduce in un profondo vuoto al cuore.
Con la caduta di quelle mura non si cancella solo del vecchio cemento, ma si chiude definitivamente un pezzo di novecento operaio fatto di camici bianchi (divisa degli agroalimentari), sacrifici e orgoglio. Quei capannoni, per generazioni, non sono stati semplici contenitori di macchinari, ma il motore della comunità. Erano il luogo in cui più di un centinaio di famiglie del territorio hanno costruito il proprio futuro. Il ritmo della città era scandito da quei cancelli che si aprivano all’alba, al suono delle sirena tra le ultime chiacchiere veloci dei dipendenti prima dell’ingresso.
Lì dentro, pezzo dopo pezzo si è fatta la storia economica di Cavallermaggiore. Vedere la linea dell’orizzonte improvvisamente piatta e sgombra, impone inevitabilmente una riflessione su come si è arrivati a questo epilogo.
La fine dell’area Campiello racconta una storia comune a molte ex glorie industriali della provincia. Prima dell’arrivo delle ruspe, il sito – trasformato successivamente in area residenziale – ha vissuto alcuni anni di doloroso abbandono.
