
Il 40° anno accademico dell’Unitre si è ufficialmente aperto con una conferenza di Laura Mellano, responsabile dei servizi culturali del Comune, su Italo Svevo, scrittore triestino (1863- 1928). Un autore che gode tuttora di fama postuma, presenza fissa nelle antologie letterarie per le scuole superiori: come per i precedenti Leopardi e il coevo Pirandello, Mellano lo ha scelto in virtù dei suoi crismi di classico, meritevole di lettura (di ascolto) ancora oggi nell’era di una mutazione antropologica dovuta alla pervasività dei dispositivi digitali e al ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale.
La biografia di Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz) attraversa grandi avvenimenti politici e sociali: il tramonto della Belle Époque, la concorrenza tra nazionalismi sempre più aggressivi sfociata nella Grande Guerra e la conseguente dissoluzione dell’impero asburgico di cui Trieste faceva parte, la crisi dell’Italia liberale e l’avvento del Fascismo. Sebbene la storia non si ripeta mai uguale a sé stessa, impossibile non scorgere inquietanti analogie con l’oggi, tra conflitti internazionali, corsa al riarmo, tensioni sociali cavalcate dai sovranismi, crisi climatica e il venir meno della fiducia in un futuro migliore.
La visione del mondo e la poetica di Svevo – letterato autodidatta a fasi alterne, giacché fu impiegato di banca e poi commerciale estero nella ditta di vernici del facoltoso suocero – attinge a Schopenauer per il suo pessimismo esistenziale; a Darwin per la sua rivoluzionaria teoria evoluzionistica: sopravvive non la specie più forte ma quella che meglio si è adattata all’ambiente, che nella narrativa sveviana è la borghesia quale classe sociale portatrice di solidi valori mercantilistici; a Freud per la psicanalisi, cui Svevo riconosce efficacia ermeneutica (la conoscenza) ma non terapeutica.
Dal romanzo d’esordio (Una vita) al secondo (Senilità), entrambi senza successo, passano 5 anni (1893- 1898). Ben 25 dal secondo al terzo, quella della notorietà: La coscienza di Zeno, chiusura e vertice della trilogia. Strutturato come un’autobiografia per una terapia psicanalitica, ebbe l’incoraggiamento di James Joyce e poi il plauso della critica francese e in Italia, tra i primi, di Montale.

Dopo la lectio di Mellano e prima del rinfresco, alla presenza della sorella e del cognato è stato scoperto un ritratto dell’ex sindaco Giulio Ambroggio, opera di Mario Picco.
Fu Ambroggio a volere con convinzione il Centro Culturale Saviglianese, sede di molti corsi dell’Unitre.
