
Il 1° Maggio si avvicina. E mentre le piazze si riempiono per celebrare le conquiste storiche del movimento operaio, c’è un’altra rivoluzione, silenziosa ma velocissima, che sta riscrivendo le regole del gioco sotto i nostri occhi. Non si muove su catene di montaggio, ma viaggia attraverso reti neurali e modelli generativi. Quest’anno, la festa dei lavoratori non è solo un momento di memoria, ma un’occasione di riflessione sul mondo del lavoro del domani (o meglio dell’oggi): l’Intelligenza Artificiale non è più una promessa della fantascienza, ma è una collega di scrivania, uno strumento di ottimizzazione e, per molti, una fonte di incertezza. «L’IA non sostituirà l’uomo, ma l’uomo che usa l’IA sostituirà quello che non la usa», dicono i più ottimisti. Per capire come cambieranno le professioni, la gestione dei diritti e la natura stessa del “fare” lavoro, abbiamo intervistato Valerio Antonio Ferrero, imprenditore ed esperto del mondo digital, che in queste pagine ci aiuterà a capire se gli algoritmi saranno i migliori alleati dei lavoratori o nuovi dispotici padroni digitali.
Se dovessi descrivere l’Intelligenza Artificiale (IA) come un nuovo collega, che tipo sarebbe? Uno stagista, un consulente o una persona versatile, come un attrezzo multiuso tipo coltellino svizzero?
«Immaginate un collega che non dorme mai, che non conosce ferie o malattie, e che è pronto a supportarvi 365 giorni l’anno. L’IA è esattamente questo: un supporto cognitivo ventiquattr’ore su ventiquattro. È il partner che ti aiuta a navigare tra le pieghe di un contratto complesso per evitare “bucce di banana”, il consulente che sintetizza mesi di dati in pochi secondi o l’assistente creativo che perfeziona la tua comunicazione. È il coltellino svizzero dell’era digitale: uno strumento multi-funzione che non sostituisce il lavoratore, ma ne potenzia le capacità in modo esponenziale».
Molti pensano che l’IA sia fantascienza, ma in realtà è già alla nostra scrivania. In che modo ha già cambiato i piccoli gesti del nostro lavoro quotidiano senza che ce ne accorgessimo?
«Nel 2022 l’arrivo di ChatGPT ha segnato un punto di non ritorno, ma è un errore pensare che l’intelligenza artificiale sia nata allora. In realtà, vivevamo immersi negli algoritmi già da un decennio: erano le mani invisibili che curavano le nostre playlist su Spotify, che tracciavano il percorso più rapido su Google Maps o che sbloccavano il nostro smartphone con un colpo d’occhio. La rivoluzione di ChatGPT e dei suoi successori – come Gemini, Claude o Perplexity – non è stata l’invenzione della tecnologia, ma la sua democratizzazione».
In che senso?
«Con ChatGPT, per la prima volta, l’IA ha smesso di essere un processo sotto il cofano per diventare un interlocutore. Ha rotto la barriera del linguaggio, trasformando un calcolo matematico in una conversazione accessibile a chiunque. Oggi vediamo solo la punta dell’iceberg: i chatbot generalisti. Ma sotto il pelo dell’acqua si muove un ecosistema vastissimo di IA verticali: strumenti chirurgici per la diagnostica medica, software per la progettazione architettonica avanzata o sistemi per l’ottimizzazione energetica estrema. Nonostante l’entusiasmo (e i timori) di questi primi anni, mi sento di dire che non siamo che all’alba. Negli ultimi quattro anni abbiamo imparato a parlare con le macchine, nei prossimi vedremo queste macchine integrarsi profondamente nel tessuto del lavoro: siamo solo ai primi passi di una nuova era».
L’intervista prosegue sul Corriere.
