
Savigliano è tra le dieci città più inquinanti della Pianura Padana. A certificarlo è l’ultimo report diffuso da Greenpeace Italia, basato sul lavoro delle ricercatrici dell’Università di Siena Valentina Nicolucci e Michela Marchi, in cui vengono snocciolati i dati sulle emissioni in atmosfera di ammoniaca e gas serra generate dagli allevamenti intensivi (bovini, suini e avicoli).
Non si tratta di una percezione, ma di numeri elaborati utilizzando i dati dall’anagrafe zootecnica e Ispra, riferiti al 2023. Anche se negli ultimi anni, a fronte di un aumento complessivo dei capi allevati in Pianura padana (cresciuti del 7,7% dal 2017, arrivando a 95,2 milioni di animali in totale), le emissioni di ammonica si sono ridotte (-2,6%), altrettanto non si può dire dei gas serra (+6,5%).
Per capire come Savigliano sia finita in questa classifica, bisogna guardare oltre i confini comunali. La provincia di Cuneo si conferma un vero colosso zootecnico: con oltre 6,2 milioni di capi allevati (tra bovini, suini e polli), la Granda è la quarta provincia più impattante dell’intera eco-regione padana. Un esercito silenzioso di allevamenti che producono, ogni anno, oltre 15 mila tonnellate di ammoniaca e più di 1,2 migliaia di tonnellate di CO2 equivalente.
A Savigliano questa pressione è davvero significativa: nel solo perimetro cittadino, gli allevamenti scaricano nell’aria 1.200 tonnellate di ammoniaca all’anno. Peggio di noi, nel cuneese, solo Fossano con 1,5 migliaia di tonnellate annue, maglia nera.
Perché il dato è preoccupante?
Perché l’ammoniaca è il principale precursore delle polveri sottili (PM2.5), quelle che respiriamo ogni inverno quando la nebbia si fa densa e l’aria pesante. Secondo i dati dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica, nelle regioni padane si concentra circa il 60% dei bovini e degli avicoli allevati in Italia e oltre l’80% dei suini, con densità maggiori concentrate nella pianura. Questa massiccia presenza di allevamenti porta con sé, inevitabilmente, conseguenze sul territorio, con impatti che riguardano il suolo, le acque e l’aria.
Proprio a causa di questa situazione, fin dal 2018 l’Italia riceve richiami sull’applicazione della Direttiva Nitrati – a causa dell’elevata produzione di liquami di origine zootecnica, di difficile smaltimento – mentre la qualità dell’aria della pianura rimane tra le peggiori non solo nel nostro Paese, ma in tutta l’Europa occidentale.
Nel report, le ricercatrici del Dipartimento di Scienze Fisiche della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena evidenziano «come il settore zootecnico nell’eco-regione padana continui a esercitare una pressione ambientale significativa, non mostrando segnali di riduzione sostanziale e restano fortemente concentrate in specifiche aree del territorio».
