
In occasione del 25 Aprile, per capire cosa significa oggi la Resistenza, abbiamo parlato con Chiara Ravera, presidente ANPI sezione di Savigliano.
Di cosa si occupa un’associazione come l’Anpi oggi, a ottantuno anni dalla sua fondazione e cosa significa farne parte?
«L’Anpi si è evoluta dalla sua fondazione nel 1944, trasformandosi da associazione di reduci a organizzazione aperta a tutti i cittadini: dal 2006 possono iscriversi anche coloro che, pur non avendo preso parte direttamente alla lotta partigiana, si riconoscono nei valori dell’antifascismo. Oggi l’associazione si impegna a mantenere viva la memoria della Resistenza attraverso iniziative culturali, raccolta di testimonianze e collaborazione con istituti storici e università. Allo stesso tempo, promuove i valori della Costituzione. Aderire all’Anpi non significa far parte di un partito, ma di una comunità di cittadini consapevoli, capaci di attivarsi qualora i valori fondanti del nostro stato democratico venissero messi in discussione o, peggio, sotto attacco».
Cosa spinge ora, a tanti anni di distanza, ad iscriversi all’associazione Nazionale Partigiani d’Italia?
«La consapevolezza che libertà e democrazia non sono conquiste definitive, ma valori da difendere e trasmettere ogni giorno alle nuove generazioni. Ecco perché c’è bisogno di una Resistenza moderna, di “nuovi partigiani” che, senza imbracciare le armi, ma con lo stesso coraggio e senso di responsabilità di allora, siano capaci di fare la scelta giusta e di stare dalla parte della libertà, della democrazia, della giustizia, della solidarietà, della pace. Il fatto che ci sia partecipazione significa che gli ideali nati ottanta anni fa sono fortunatamente vivi nella società odierna».
Oggi assistiamo a segnali che destano preoccupazione?
«Alcuni sì: la diffusione di linguaggi d’odio, il riemergere di atteggiamenti autoritari, l’interpretazione sempre più discrezionale del diritto internazionale e la sua frequente violazione, che contribuiscono al moltiplicarsi dei conflitti. La situazione, inutile negarlo, fa pensare alla possibilità che le nuove generazioni possano trovarsi di fronte a scelte difficili, simili a quelle affrontate in passato. La guerra, purtroppo, è un’oscenità che non è passata di moda: dinamiche politiche, economiche e interessi nazionali e personali continuano a renderla una realtà concreta. La risposta però in questo caso non può essere la guerra, i “nuovi partigiani” dovranno mobilitarsi e chiedere con forza che si lavori davvero per il dialogo e per la fine dei conflitti, senza compromessi al ribasso; solo in questo modo dimostreremo di aver capito il senso della Resistenza: una lotta contro l’idea di guerra. A tal proposito mi piace ricordare una frase di Nuto Revelli, riportata dal figlio Marco in un recente articolo: “Non si augura a nessuno l’esperienza della guerra, perché anche la più giustificata ti lascia dentro un’ombra di cui non ti liberi più”».
Qual è il rischio più grande quando si parla di memoria storica?
«L’indebolimento della memoria stessa, spesso causato dalla tendenza a presentare questo periodo storico e l’antifascismo come temi divisivi o superati. Il che favorisce letture distorte, semplificazioni e usi strumentali del passato. È fondamentale evitare che la Resistenza venga ridotta a una questione di parte: fu un fenomeno ampio, che coinvolse donne e uomini, spesso non politicizzati o di diverse estrazioni politiche, uniti dalla volontà di opporsi al nazifascismo e riconquistare la libertà. Allo stesso tempo, occorre mantenere chiarezza nel giudizio storico: il rispetto umano per tutte le vittime non può portare a equiparare chi combatté per restituirci la libertà a chi invece aderì alla Repubblica di Salò. Questi ultimi fecero una scelta sbagliata collaborando con il sistema nazista, fondato sulla violenza e sullo stragismo, che non rappresentava un’eccezione ma una pratica diffusa, come dimostrano torture, uccisioni di civili e repressioni brutali avvenute in molti territori, anche nel nostro».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
