
Amano i viaggi in posti esotici, Andrea Ghiglione e Cristina Barbero, coppia saviglianese. L’ultimo in Indonesia se lo ricorderanno più di altri non meno affascinanti perché loro erano là quando, all’alba del 15 agosto, c’è stato il terremoto di magnitudo 7.7 che ha colpito l’arcipelago del sud-est asiatico, mietendo un centinaio di vittime accertate oltre a 2000 sfollati secondo le stime ufficiali. Un’esperienza estrema che, per fortuna, possono raccontare da incolumi e con uno sguardo più obiettivo e attendibile della versione offerta da media e televisioni. Con Andrea e Cristina c’erano altre due coppie di Moriondo Torinese: uno è un amico ed ex collega di Andrea, medico del lavoro.
«Siamo partiti l’8 agosto con tappa di 2 giorni a Singapore. L’11 abbiamo volato su Bali, giornata di relax. Il 12, dopo 2 voli interni, siamo finalmente atterrati ad Ende ed è iniziato il nostro tour nell’isola di Flores su di un van con autista e guida del posto, tramite agenzia. Ci siamo rimasti fino al 22, poi 2 giorni di Bali e, con il volo Singapore-Milano, siamo rientrati il 25».
Cosa ci siete andati a fare Flores?
«Il programma era un mix tra visite ai villaggi locali, diversi tra loro perché a Flores vivono 7-8 etnie autoctone, facili escursioni, un po’ di mare. È un’isola dove si alternano foreste, risaie, vulcani, spiagge. L’avevamo scelta perché non ancora raggiunta dall’overtourism: durante il nostro tour abbiamo incrociato più volte le stesse 20-30 persone. Alcuni ragazzi, soprattutto australiani ma anche europei, l’attraversano in motorino a loro rischio e pericolo: non c’è criminalità, ma per la morfologia del territorio è facile perdersi, e se capita qualcosa può essere complicato tirarsene fuori. Paradossalmente, però, è abbastanza antropizzata perché nel cuore della giungla spuntano case, e in proporzione è meno economica di Bali perché gli operatori turistici sono pochi».
Dove eravate esattamente alle 5.58 locali di Ferragosto?
«Ci trovavamo a Tiworiwu, il paese più vicino alla città di Bajawa, in un lodge di legno alle falde del vulcano Inerie, a 80 km dall’epicentro sismico. Il giorno prima eravamo stati a Riung, proprio di fronte all’epicentro. E solo due giorni prima, partendo alle 4 del mattino, con una facile escursione eravamo andati a goderci l’alba dal cratere del Kalimuto, un vulcano ancora attivo alto 1.600 metri circa. A richiamare molti turisti è lo spettacolo dei tre laghi custoditi nelle due caldere: due sono visibili, un terzo invece resta sempre nascosto dalle nebbie. Un paradiso».
Anche quel mattino vi siete svegliati molto presto?
«È stato il terremoto a svegliarci di soprassalto. La struttura cigolava tutta. Abbiamo sentito le urla della gente e ci siamo precipitati fuori in mutande e tshirt (Andrea senza gli indispensabili occhiali, rimasti sul comodino), radunandoci in un punto all’aperto. In quel momento non hai tempo di pensare. Niente film della tua vita che ti passa davanti agli occhi, ma paura quella sì». Quanto è durato? «La fase di panico e concitazione sarà durata un minuto, un minuto e mezzo. La terra tremava, si faticava a tenersi in equilibrio».
L’intervista prosegue sul Corriere di Savigliano.
