
Continuiamo il nostro percorso alla scoperta delle figure dei primi sindaci: la prossima intervista impossibile è con Antonino Olmo, già preside del liceo cittadino e due volte consigliere comunale e nel 1943 presidente della locale sede del Partito Fascista.
Il 1966 si apre con una crisi all’interno dell’Amministrazione a causa delle dimissioni di Evaldo Porro.
Sindaco, preside e presidente di una sezione di partito. Un’intervista che avrà alcuni argomenti che faranno discutere. Partiamo dalla sua nomina a sindaco e dei suoi progetti
Sono arrivato ad essere eletto sindaco dopo le dimissioni di Evaldo Porro. Io ero al tempo preside del Liceo Classico, ero stato anche assessore alla Pubblica Istruzione e parte dei miei progetti sono quindi stati rivolti al mondo della scuola. Ho fatto nascere l’Istituto per i Geometri e l’Istituto Professionale per l’Industria e Artigianato ma ho avuto anche un ruolo nello sviluppo dell’insediamento in città della Juvenilia – ditta che si occupava di manifatturiero tessile – poi ho cercato sovvenzioni per aiutare la Snos a superare una crisi. Altri impegnativi compiti li ho avuti per lo sviluppo della cultura.
Parliamo appunto di cultura: con lei partono importanti progetti…
Sì, ho voluto dare nuove sedi alla biblioteca e al museo impegnandomi perché i locali dell’ex convento di San Francesco al tempo sede dei Vigili del Fuoco potessero avere un ruolo legato alla cultura. Fino ad allora, già per mio interessamento, il museo civico era stato allestito in tre sale nel palazzo comunale. Ho curato anche alcune mostre, tra queste una dedicata ad Annibale Galateri, artista e podestà, ho voluto che venisse sistemato un busto in suo ricordo – opera dello scultore Giovanni Chissotti – sullo scalone all’ingresso del Comune.
Di questo argomento possiamo parlare dopo? Continuerei con i progetti avviati o preparati…
«Sotto la mia amministrazione nel 1967 nasce il progetto per l’ala nuova dell’Ospedale Santissima Annunziata curata dall’architetto Flavio Vaudetti, viene demolita la ex Caserma Carando e si realizza il sottopassaggio di Borgo Marene. Inoltre ho fatto curare molto il verde pubblico, i giardini e ho potenziato la biblioteca. Posso dire anche di aver gettato le basi per la nascita della piscina comunale.
Poco fa ha citato Annibale Galateri: il nome fa pensare ad un periodo politico in cui anche lei ha avuto ruoli…
Preferisco non approfondire. Se il riferimento è all’iscrizione al partito fascista: in quei tempi non erano molte le alternative
Non c’era molta scelta, ma mi vengono in mente anche lezioni e conferenze su argomenti diciamo “scomodi”.
Ho inteso… quella conferenza tenuta al liceo e promossa dall’Istituto di Cultura Fascista. Al tempo il giornale “La Sentinella d’Italia” aveva riportato come cronaca del mio intervento: «L’oratore ha trattato particolarmente dell’unità etnica della razza italiana da Roma ad oggi […]. Il punto essenziale della lezione è emerso particolarmente dalle premesse e dalle conclusioni, nonché dall’esame dei vari apporti scientifici […], dalla documentazione storica, dalla omogeneità e dalla coerenza della politica razzista del Fascismo». Erano conferenze
di cultura generale ma la politica del tempo ha fatto il resto.
Lei però è stato presidente della sede saviglianese del Partito Nazionale Fascista. In città ci furono episodi di dissenso: ne vuole citare uno?
A Savigliano c’era uno stato di euforia contrapposto al dispetto verso il regime. In quella che è nota come piazza d’Armi nasceva un parco nel 1923 su indicazione del Comitato Nazionale Forestale. Qui era presente un cippo in ricordo di Arnaldo Mussolini – fratello del duce – sul quale era posta una lapide circondata da una corona bronzea con la dedica del podestà Galateri. Nel luglio 1943, caduto il governo Mussolini, il cippo venne abbattuto. La popolazione cercava di cancellare i segni del fascismo. Era una spontanea ribellione…
Ha ancora altri episodi?
Sì, anche un altro episodio: nel maggio del 1939 era in programma una visita di Benito Mussolini in città. Le strade erano disseminate di scritte inneggianti il duce ma qualcuno, agendo forse con malizia, fece scrivere in piazza Cavour nel punto in cui Mussolini doveva fermarsi per un discorso un celebre motto fascista: “Chi si ferma è perduto”. Ricordo anche che il duce abbracciò e diede un bacio ad un bambino: era mio figlio.
Parliamo ancora di fascismo e Liberazione: lei ha dettato il testo della lapide affissa all’arco dove sono stati fucilati Giuseppe Barberis e Aldo Chiarofonte.
Penso che il riferimento sia quello all’assenza della parola “fascisti” nel testo e nemmeno la parola “partigiano”. È comunque stata corretta.
Veniamo ad un altro argomento: la cultura. Lei in questo campo è stato molto attivo.
Sono orgoglioso della definizione che aveva dato di me l’abate di Sant’Andrea don Nicola Benso… mi aveva definito “Uomo di scuola” più che uomo di cultura dato che il mio impegno è stato rivolto in gran parte all’insegnamento. E nel liceo ho promosso mostre, conferenze e incontri su vari artisti e lo stesso per il museo civico che oggi porta il mio nome, mi sono impegnato per il recupero del nostro prezioso teatro Milanollo e di piazza Santa Rosa. Poi, per far conoscere le bellezze della nostra città ho curato alcuni libri che parlano della
sua arte e storia
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