
Lasciare una terra che non è casa tua, perché il luogo in cui sei nata e hai vissuto con i tuoi genitori, la Somalia, lo hai abbandonato tanto tempo prima per fuggire dalla guerra civile. Lasciare tutto perché non hai scelta e approdare in altre terre che non ti danno pace fino a che un giorno, grazie a un corridoio umanitario, arrivi in Italia.
È la storia di Naema e dei suoi quattro figli: Mohamed di 21 anni, Aden 20, la giovane Asma 18 e il più piccolo, Adnan, di 17 anni. Grazie al gruppo saviglianese CorUma, armato di coraggio, un pizzico di incoscienza e tanta voglia di fare del bene, Naema ha potuto lasciare l’Etiopia, dove ha vissuto per più di dieci anni in un campo profughi. A un certo punto anche il campo non era più quella promessa di salvezza: troppo affollamento, disordini e violenza specie tra i più giovani.
Tramite la comunità di Sant’Egidio le si è presentata l’opportunità di venire in Italia, in Piemonte, a Savigliano. Un luogo sognato e al tempo stesso lontano, così lontano da dover consultare una cartina per trovarlo.
Quando arriviamo a casa di Naema, nell’alloggio che si è reso disponibile per questo progetto di accoglienza (alloggio per il quale viene pagato un regolare affitto), lei ci accoglie con un grande sorriso. È felice di essere a Savigliano con i suoi figli: il loro arrivo risale ad inizio dello scorso ottobre. La comunicazione non è ancora semplice: i ragazzi frequentano la scuola del Cpa (Centro Provinciale Istruzione Adulti) soprattutto per imparare l’italiano, ma lo parlano ancora così così; la mamma solo poche parole. Si preferisce l’inglese e cerchiamo di comprenderci a vicenda. A volte anche imparando dei termini, quelli che indicano qualcosa di nuovo, come le zucchine che non avevano mai mangiato.
La cucina italiana? Piace a tutti loro, la pizza in particolare. Ad Adnan manca la carne di cammello, che qui proprio non si trova. Ma non importa, perché c’è altro su cui potersi concentrare. Lui ama il calcio e, come suo fratello, lo pratica. Sono bravi nel gioco di squadra, anche se stringere le relazioni non è facile, sempre per via della lingua. Ci vuole tempo per ambientarsi e a volte è più facile legare con chi conosce il tuo vissuto, come altri somali che ora vivono a Fossano e con cui si frequentano. Possiamo solo immaginare la difficoltà a entrare in una realtà così diversa, ma almeno ora si possono fare progetti, si può costruire un futuro, e la voglia non manca, così come la gratitudine verso chi sta rendendo possibile tutto questo.
«Il progetto prevede che in un paio d’anni la famiglia diventi autosufficiente. Un tempo che viene definito anche in base all’età dei figli, quasi tutti maggiorenni», spiegano i volontari di CorUma.
