
Da oltre vent’anni abituato al clima da campagna elettorale (quando si candidò alle comunali con Savigliano in Movimento in appoggio a Marco Buttieri nella corsa alla fascia tricolore), Alberto Pettavino già scalpita per la prossima sfida alle urne. Che per lui non sarà subito quella per eleggere il nuovo sindaco di Savigliano, ma per scegliere i rappresentanti degli amministratori locali da “mandare” in provincia.
Da presidente dell’associazione politica Patto Civico per la Granda, Pettavino – capogruppo in Consiglio comunale con Progetto per Savigliano, a sostegno di Antonello Portera – sarà quasi certamente della partita dell’autunno, ma nel frattempo comincia a scaldarsi anche in vista delle comunali del prossimo anno.
Consigliere, siamo entrati nell’ultimo scorcio di mandato di quest’Amministrazione. Se dovesse guardarsi indietro e dare un voto a questi quattro anni e mezzo, quale sarebbe?
«Un bel 7. Pieno e meritato».
Perché non di più? Cosa vi è mancato?
«Personalmente è stata un’esperienza molto interessante, essendo la prima volta tra i banchi dell’Amministrazione. C’è uno scarto enorme tra la percezione esterna e la realtà. Da fuori sembra tutto semplice, da cittadino pensi: “Perché non tagliano l’erba? Perché non sistemano quel tombino?”. Poi entri, fai un giro da dentro, e capisci che la macchina comunale è tutto un altro mondo. Ti scontri quotidianamente con le reali complicazioni burocratiche del pubblico, che rallentano le ambizioni».
Qual è stato l’ostacolo interno più grande da superare?
«Senza dubbio riuscire a mettere d’accordo dieci persone che arrivavano da esperienze completamente diverse. Non dimentichiamo che eravamo quasi tutti neofiti della macchina amministrativa. Comprendere i regolamenti, i tempi di azione e i meccanismi del Comune non è stato immediato per nessuno di noi».
E l’aspetto più positivo di questa “squadra di neofiti”?
«In positivo c’è stata la spinta sulle idee. Il fatto di essere slegati dalle logiche di partito ci ha permesso di premiare i progetti e non le bandiere politiche».
Avete anche dovuto far fronte a delle emergenze: com’è stata gestita quella della piscina?
«Sul vostro giornale avevo già espresso apertamente la mia contrarietà all’intervento ‘tampone’. Se fosse dipeso solo da me, avrei preferito un’opera molto più radicale fin da subito, puntando dritti su una nuova costruzione».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
