
Se si cammina lungo le sponde del torrente Maira sotto il sole verticale di luglio, si avverte un silenzio che stringe il cuore. Il letto del fiume è ormai ricoperto in gran parte dalla vegetazione e i ciottoli levigati dall’acqua che affiorano dai fondali secchi, giacciono esposti alla polvere come ossa di un gigante addormentato.
Eppure, basta chiudere gli occhi per sentire ancora il riflesso argenteo di un’acqua che non c’è più, l’eco di una giovinezza che in quel greto aveva trovato il suo palcoscenico più bello. C’è stato un tempo, non così lontano, in cui il Maira non era un’emergenza idrica sui giornali, ma il baricentro dell’estate, dove generazioni di cavallermaggioresi hanno praticato il rito del bagno nel torrente.
Fino alla fine degli anni ‘60, quelle anse naturali (vedi ponte di Moretta) dove l’acqua rallentava e si faceva profonda e scura, era il trampolino perfetto per i ragazzi del paese. C’erano le spiagge di ghiaia: fazzoletti di sassi dove ci si sdraiava a prendere il sole, tra la vista dei pioppi ed il ronzio dei “tavan” non ancora così fastidiosi.
Pomeriggi interi di ragazzini, spesso portati dai preti della parrocchia, a sfidare la corrente, a costruire dighe di sassi, in un’epoca in cui le vacanze erano un lusso e quel fiume era il mare di tutti. L’acqua allora era viva, un serpentone fresco che scendeva dalle montagne per rinfrescare la terra e le anime.
Oggi il letto del torrente è un deserto che interroga la nostra memoria. Il Sentiero sul Maira, che un tempo guidava i passi lungo una sinfonia di spruzzi e correnti, ora costeggia una ferita aperta. Questo vuoto evoca una sottile malinconia: è la consapevolezza che una parte del nostro vissuto si sta asciugando insieme all’alveo, trasformando i ricordi d’infanzia in reperti archeologici di un clima che non esiste più.
