
Dopo aver preso in esame per la rubrica tre dipinti conservati nei depositi del museo, per il mese di aprile andremo a scoprire una scultura realizzata nel 2005 dallo scultore Marco Bacci (artista nato a Chioggia nel 1978) e presentata in occasione della mostra – 30 Linguaggi a Confronto nell’edizione del 2005, una rassegna di giovani artisti sotto i trent’anni per il premio Gianni Delzanno.
“Quella di Marco Bacci è una scultura narcolettica – scriveva a commento il critico Pietro Gagliardi – genera nel visitatore una fruizione rilassata simile alla narcosi in cui tutte le sensazioni e i ricordi riaffiorano gradevolmente nella memoria sollecitando più sensi – la vista, l’olfatto, l’udito – di quanti nella norma occorrano per la lettura di un lavoro artistico”. Il soggetto e il materiale di questa scultura hanno un legame sia visivo che pratico: si tratta di una Caffettiera Napoletana in grandi dimensioni (118x80x45 centimetri) realizzata con materiali poveri: un ossatura in rete metallica coperta di juta, proprio quella juta usata per i sacchi che si utilizzano nel trasporto del caffè, il che fornisce un legame in più con l’oggetto riprodotto e il suo utilizzo.
Continua la sua analisi Gagliardi: “Il lavoro di Marco Bacci ripercorre le esperienze dello scultore Marcel Duchamp, così come i materiali all’apparenza si legano all’arte povera”. A differenza di Duchamp che prende un oggetto industriale già finito e, dichiarandolo arte, compie un gesto mentale, ironico e ne cambia uso: qui accade l’opposto, pur arrivando a una simile sospensione metafisica. L’oggetto è ricostruito, ne riprende la forma essenziale ma è inservibile. Andiamo ora ad osservare questo oggetto di uso quotidiano, in questo caso elevato a soggetto di una scultura che ne celebra la forma. Il colore è neutro, terroso, quello naturale del sacco che costituisce il materiale portando l’oggetto ad assumere una finta antichità: non è levigato, non è decorato o dipinto né celebrativo; al contrario appare umile, quasi vulnerabile, come se portasse i segni di un uso reale.
La scultura sembra raccontare una presenza muta, domestica e al tempo stesso estraniante: un oggetto che allude alla funzione senza svolgerla, che richiama il quotidiano ma lo trasforma in forma enigmatica e metafisica, invitando l’osservatore a interrogarsi più sul significato della forma che sull’utilità. Si tratta in questo caso di un oggetto umile, domestico, di tutti i giorni. Spiega ancora Gagliardi a proposito dell’arte di Bacci: “si tratta di un giovane artista, uno scrittore e narratore di un testo che ognuno accresce con le proprie esperienze, prendendo le distanze da artisti o movimenti che ha sicuramente osservato, dimostrandosi autonomo e adulto per condurci con maestria attraverso la capacità evocativa contenuta nei suoi oggetti in un piccolo e familiare Nirvana”.
