
L’associazione Ex Neuro non ci sta e dopo un lungo periodo di silenzio smette di essere solo spettatrice e torna alla ribalta contro quello che definisce lo “spezzatino del compendio storico e del parco”, conseguenza delle recenti aste indette dall’Asl Cn1.
La leva che ha fatto scattare l’appello, più dell’incertezza sulle intenzioni degli acquirenti, è stata la necessità di riporre l’attenzione sul “perimetro dei diritti della comunità e la forza della pianificazione urbanistica comunale”. Perché una divisione “non governata produce frammenti incapaci di costruire un disegno coerente”.
In una lettera diffusa sui social, citando gli opportuni atti normativi, il sodalizio – che a oggi non si sa esattamente da chi sia formato, ma che sembrerebbe includere ancora l’architetto Francesco Sanvitto – ricorda che “nessuna promessa sostituisce il voto: ogni cambio di destinazione urbanistica deve passare dal Consiglio e non può essere deciso unilateralmente da Giunta o sindaco”.
“Vendere non significa poter fare qualunque cosa – prosegue, richiamando il codice dei beni culturali -. Il valore storicodocumentario del complesso, dal Chiarugi settecentesco ai padiglioni razionalisti, non è un ornamento retorico, ma un vincolo giuridico e un dovere civile”. Inoltre, le leggi sugli ex ospedali psichiatrici prevedono che “i proventi della vendita siano destinati a finalità pubbliche, principalmente alla salute mentale”.
L’associazione rammenta poi che esiste un progetto da lei messo a punto – che il Comune fece suo – fondato sull’idea di “non consumare il compendio in frammenti, ma ricomporre un disegno unitario di rigenerazione, capace di tenere insieme parco, memoria, servizi e nuove funzioni compatibili”. Pertanto la vera domanda da porsi, secondo i rappresentanti del gruppo, non è “cosa vogliono fare i privati”, ma “cosa la città consente e pretende nel rispetto delle regole”.
