
Una festa speciale ha riempito di vita lo scorso sabato pomeriggio l’ala di piazza del Popolo. Il Centro Aiuto alla Vita (Cav) di Savigliano ha celebrato il suo trentesimo anniversario di fondazione, un traguardo importante per una realtà che negli anni è diventata un pilastro del tessuto solidale cittadino.
I saluti istituzionali sono stati aperti dal sindaco Antonello Portera, che ha vissuto la ricorrenza con una forte partecipazione personale. Portera è stato infatti presidente del Cav per ben tredici anni, mettendosi a servizio dell’associazione soprattutto per sbrogliare le pratiche burocratiche più complesse e accompagnare le donne e le volontarie nei percorsi legali.
Sul palco si sono poi succeduti i ringraziamenti di Sergio Mondino, presidente della Consulta Solidarietà, e di Giovanni Fumero, vicepresidente del Centro Servizi per il Volontariato di Cuneo, che hanno elogiato l’instancabile dedizione dei volontari a favore dei cittadini più fragili. Claudio Larocca, in rappresentanza della Federazione Rete Cav regionale, ha voluto invece accendere i riflettori sull’attività cardine di questa realtà: la capacità di ascoltare.
Il cuore dell’incontro è stata l’intervista condotta da Ilaria Salzotto alla presidente del Cav saviglianese, Maria Luisa Gibelli. Con emozione, la presidente ha riavvolto il nastro dei ricordi fino al suo primo contatto con l’associazione. Sul palco ha raccontato l’inizio di questo lungo viaggio: «Era il 1997 quando sono entrata come volontaria per la prima volta, partecipando a un incontro del Movimento per la Vita. Da quel momento non mi sono più fermata e non ho più lasciato l’associazione, impegnandomi sempre per qualcosa in più».
Sollecitata a spiegare l’approccio e il metodo di lavoro che muove ogni giorno i volontari, Gibelli ha offerto una profonda riflessione sulla missione del centro, mettendo in chiaro come la vicinanza alle donne non si traduca mai in una forzatura delle loro vite.
«Servono tre elementi fondamentali: rispetto, nessun giudizio e lasciare completamente la libertà di scelta. Noi volontari dobbiamo essere disponibili all’ascolto, ma un ascolto che sia vero e interessato. Perché noi non diamo mai risposte, ma facciamo sempre domande: la decisione è sempre e solo delle donne, il nostro compito è soltanto di farla maturare e portarla a galla».
