
È calato il sipario sulla stagione teatrale del Milanollo con un ospite d’eccezione, Giobbe Covatta, che ha intrattenuto il pubblico con i suoi toni scherzosi e la sua capacità, mai banale, di aprire continui spunti di riflessione. Ripercorrendo una carriera da sempre intrecciata all’impegno sociale, ha parlato delle nostre paure e fragilità. Perché dietro ogni battuta si nascondeva il rovescio della medaglia, con un retrogusto un po’ più amaro.
Così, ironizzando sui potenti del mondo, è arrivato fino a Donald Trump, concludendo che «non la farebbe la guerra se a combattere dovesse andarci lui, e invece ci manda i giagliuni». I ragazzi. Qua e là, Covatta ha condito il monologo con accenti e parole in napoletano, aggiungendo un tocco di immediatezza e simpatia, riflesso persino nell’abbigliamento: sneakers di tela blu con lacci gialli in richiamo ai bottoni della giacca.
Non poteva mancare l’Africa, quel continente «sconosciuto alle persone con la pelle bianca» che occupa un posto speciale nel suo lavoro e nel suo cuore. Ha raccontato di quando ci andò per girare un documentario sui Turkana, popolo considerato “primitivo”: «Così primitivi che se arriva uno straniero lo salutano, non come le comunità evolute che invece alzano muri».
E poi il tema dell’invasione degli immigrati: «Non l’avrà causata mia mamma a forza di dirmi “se non stai bravo arriva l’uomo nero?”. Ma quale invasione. Glielo si deve dire a Salvini che i veri invasori sono i vecchi. Noi siamo un popolo di vecchi, al contrario dell’Africa. La nostra pubblicità parla ormai soltanto più ai bisogni degli anziani». Per un’ora e mezza, Covatta ha tenuto il palco senza perdere il ritmo, accompagnando gli spettatori in un viaggio che ha attraversato passato e presente, tra fiabe e parabole. Parabole che lui stesso scrisse: «Blasfemia. Di questo mi accusarono. Ma non sarà più blasfemo un gruppo di potenti alla Casa Bianca che si tiene per mano e prega perché la bomba cada nel punto giusto?».
Infine i giovani e il mondo che lasciamo loro in eredità, fatto di montagne di rifiuti: la vera sfida, forse, non è diventare campioni di riciclo, ma smettere di produrre immondizia in quantità così smisurate. Prima di andarsene, tra gli applausi, una frase rimasta sospesa nell’aria: «La vita comincia quando finisce la paura».
