
Il caso di Racconigi, con il suo ex ospedale psichiatrico abbandonato da decenni, è stato il vero e proprio “convitato di pietra” all’ultimo incontro promosso dalla Fondazione Ospedale Savigliano Saluzzo Fossano. Martedì, mentre si faceva il punto sull’iter del nuovo e moderno polo sanitario che sorgerà tra Savigliano e Saluzzo (a pochi metri dallo stabilimento Panna Elena), lo sguardo si è inevitabilmente posato sulle conseguenze di ciò che ci si lascia alle spalle.
Più volte, l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha citato la vicenda di Racconigi come un esempio, purtroppo in negativo, di una politica sanitaria che in passato – pur andando incontro a doverosi aggiornamenti e riorganizzazioni – non ha calcolato le ricadute sul territorio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’abbandono al proprio destino di “una città dentro la città”, un’area enorme che, a causa del grave degrado accumulato, appare oggi difficilmente salvabile.
In tutti questi anni, le Amministrazioni comunali che si sono succedute hanno cercato in vari modi di mettere mano al problema e di trovare una quadra, ma senza mai giungere a una svolta risolutiva.
Sindaco Oderda, durante l’incontro sul nuovo ospedale unico, Racconigi è stata citata a più riprese come il modello da non ripetere. Che effetto fa sentirlo dire pubblicamente?
«Fa molta amarezza essere citati come l’esempio negativo per eccellenza, soprattutto quando le responsabilità di questa situazione non sono nostre. Credo sia fondamentale fare una doverosa precisazione: l’ex ospedale psichiatrico non è di nostra proprietà, bensì dell’Asl. Il Comune, o per meglio dire l’intera comunità di Racconigi, subisce solo le cosiddette “esternalità negative”. Paghiamo, insomma, le conseguenze di una mala gestione protratta negli anni».
Eppure, in veste di amministratori, avete più volte tentato di smuovere le acque. Cosa è stato fatto finora?
«Abbiamo fatto tutto quanto era umanamente e politicamente possibile per valutare, insieme all’Asl, come risolvere o sbloccare la situazione. Ci siamo posti come intermediari, interfacciandoci a ogni livello e grado istituzionale, dalla Regione fino al Ministero, cercando di favorire ogni possibilità di ragionamento e di dialogo. Nonostante gli sforzi, purtroppo tutto è rimasto sostanzialmente immobile e finora si è ragionato solo su ipotesi che, alla prova dei fatti, si sono rivelate impercorribili. Nel frattempo i problemi si sono acuiti, perché il degrado avanza inesorabilmente nei diversi padiglioni. Come Comune, siamo di fatto le vittime di una decisione presa ormai quasi cinquant’anni fa».
L’intervista prosegue sul Corriere di questa settimana.
